• +39 0957806502
  • info@santuariotrecastagni.it

Le Statue Lignee

Il culto dei santi nella chiesa cattolica è strettamente legato alla rappresentazione di essi in quadri e simulacri; è perciò verosimile che la esistenza di un luogo di culto fin dalla fine del ‘500 comporti la presenza di statue da portare in processione. D’altro canto la festa di maggio doveva avere una larghissima risonanza ai primi del ‘600 se il Governo accordò il 17 aprile 1635 la fiera franca per la durata di otto giorni. Peraltro nella relazione della visita pastorale compiuta da Giovanni Battista Paternò, canonico della Cattedrale, il 22 maggio 1647, dopo un accenno alla chiesa dedicata ai tre fratelli, si legge “perpulchrae statuae dictorum quae cum multa populorum devotione et frequentia venerantur”. La scarna notizia è di grande importanza perché, oltre a documentare la esistenza di tre “bellissime” statue, ci dice che esse erano venerate con grandissima devozione dalla gente che affluiva da altre località “populorum frequentia”.
Di queste statue si era perduto ogni ricordo fino a quando non fu trovata una antica stampa su tavoletta di legno che le riproduce e indica anche il nome del presumibile autore, il Sac. Tommaso Nicolosi da Trecastagni. Con ogni probabilità dovevano far parte di esse alcuni frammenti e due teste scoperti nei magazzini della chiesa.
I simulacri che oggi si venerano, di egregia fattura e di straordinaria espressività nelle lievi differenze e nella forte rassomiglianza della consanguineità, sarebbero opera dello scultore romano Giuseppe Orlando, che, secondo il Bonanno, risulta avere lavorato a Trecastagni nei primi anni del ‘700. Furono riccamente dorati nel giugno del 1715, con la spesa di onze 49, e ritoccati nei colori e nella doratura nel 1896 da Ferdinando Cappellani, come si legge alla base di uno di essi. L’Abate Francesco Ferrara, nel discorso pronunziato nella chiesa dei santi nella prima domenica di settembre del 1826, dice: “L’abile artefice delle statue dei Martiri ebbe tale fervida fantasia creativa, che pare li abbia visti al loro passaggio da qui ed invaghitosene li ritrasse di propri originali, esprimendo i celesti volti, gli angelici sguardi, l’attraente sorriso delle più belle creature che mai natura avesse e quell’aria di santità che ispirar debbono gli eletti di Dio”.
Nel 1991 un nuovo restauro viene eseguito ad opera di S.Borra, H. Lindenbach, P. Damiani, romani. E singolare nella iconografia, e se ne hanno esempi rari, che i nostri santi siano rappresentati seduti su sfarzose sedie camerali. Senza dubbio l’autore, o per propria invenzione o su suggerimento degli ecclesiastici locali, ha inteso suggellare la tradizione della sosta dei tre fratelli nella nostra terra nel viaggio da Taormina a Catania e quindi a Lentini. Si tratta tuttavia di congetture e illazioni prive di solido fondamento storico; anche a Lentini, infatti, i santi sono rappresentati seduti e solo la statua di Sant’Alfio, portata in processione, lo ritrae in piedi. Forse si vorrebbe alludere alla condizione di nobili, che la tradizione attribuisce ai giovanetti, figli del nobile Vitale.
Il fercolo, sul quale vengono portate in processione le tre statue, formanti una struttura unica, fu costruito nel 1894, mentre il baldacchino di seta ricamata in oro, più volte restaurato, è del 1872, già in uso per il precedente fercolo, del quale parla il Bonanno nella lunga nota sulla festa. Egli scrive che per il passaggio del fercolo fu necessaria la costruzione “di due larghe strisce di lastre di lava etnea per passarvi sopra il fercolo senza avvenire spezzamento di mattoni”, ai lati della striscia di marmo, che era stata posta fra i mattoni “per rendere meno straziante e pericoloso lo strascico della lingua”.

10052012-154509